La strage di Cumiana. Cenni.

Categoria: Strage di Cumiana
Pubblicato Domenica, 27 Gennaio 2013 16:06
Scritto da Mar.Co.
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 L'eccidio di Cumiana. Il prologo.

A partire dall’autunno 1943 Cumiana è al centro di una attiva presenza partigiana. Essa si intensifica nell’inverno, favorita dalla particolare conformazione del territorio, a metà strada fra l’alta montagna e la grande città. Le borgate poste in quota offrono rifugio e protezione a diverse decine di “ribelli”- così vengono chiamati i patrioti nei verbali delle autorità di Salò – tra cui la banda di Silvio Geuna, ex ufficiale della divisione Julia e futuro deputato Dc e quelle dei comandanti Giulio e Franco Nicoletta, Sergio De Vitis, Nino Criscuolo e Carlo Asteggiano. Vengono effettuati colpi contro convogli tedeschi, presidi locali della Gnr (Guardia nazionale repubblicana), depositi dell’ammasso, esponenti del Pfr (Partito fascista repubblicano). La precaria situazione dell’ordine pubblico preoccupa i vertici militari e politici della repubblica sociale che, nella primavera del 1944, tentano di riprendere l’iniziativa lanciando da Torino una serie di controffensive antipartigiane.

L'eccidio di Cumiana. Il fatto.

All'alba del 30 marzo 1944 giungono a Cumiana consistenti reparti del VII Battaglione Milizia Armata, le cosiddette Ss italiane: un centinaio di uomini in tutto, comandati da ufficiali tedeschi, da qualche giorno accasermati all'Istituto Agrario delle Cascine Nuove, a 7 km dal centro del paese, per un periodo di addestramento. E’ l’inizio di un rastrellamento a tappeto che porta all'arresto di una settantina di persone (alcune sarebbero state rilasciate il giorno successivo, altre deportate in Germania). Si tratta di un'azione programmata sin dalla metà del mese, quando l'Ispettorato regionale per il Piemonte della Gnr aveva richiesto un'operazione sulle direttrici Rivoli-Avigliana e Piossasco-Cumiana contro i "ribelli" molto attivi in quel settore. Forse sopravvalutando le forze partigiane (nella richiesta, l'Ispettorato della Gnr parlava di un "gruppo ribelle dotato di numerose armi automatiche e diversi pezzi d'artiglieria"), le Ss limitano i loro movimenti alla bassa valle e non salgono verso le borgate Moncalarda e Verna, dove sino a un mese prima i partigiani della banda "Nino-Carlo" avevano le loro basi. A sera, il reparto della Milizia si ferma a presidiare Cumiana, lasciando una quarantina di uomini nel paese. Il giorno successivo, comunque, il rastrellamento non prosegue e le SS si limitano a costringere uno degli arrestati, Cesare Mollar, a trasportare col proprio camion le razioni annonarie del comune, fermandosi in paese per sorvegliarle. Nella notte fra il 31 marzo e il 1° aprile un camion della ditta Giustino, requisito dalla banda "Nino-Carlo", transita in Cumiana diretto all'ammasso granario di Volvera, dove gli addetti accantonano da settimane grano per i partigiani. Il posto di blocco delle Ss costringe i due partigiani che sono a bordo a darsi alla fuga: uno si nasconde nel greto del Chisola, l'altro risale verso la Colletta, a metà strada fra Cumiana e Giaveno, e dà l'allarme ai compagni.

 

La presenza delle Ss a Cumiana indica una volontà di controllo che preoccupa i partigiani perché rende impraticabili i collegamenti col pinerolese, essenziali per le puntate in pianura, dove ci sono depositi e ammassi, giacché le altre direttrici sono controllate dai presidi Gnr di Avigliana e Sangano. Riuniti alle prime luci dell'alba, i capi partigiani decidono un'azione per la mattinata successiva. Bartolomeo Romano trasporta una sessantina di uomini in tre viaggi successivi, con un automezzo requisito appositamente: ci sono elementi delle bande "Nino-Carlo" e "Nicoletta" e un consistente gruppo della "De Vitis", con il comandante e i suoi due vice, Pietro Curzel "Vecio" e Sandro Magnone. Ci sono anche il tenente Nino e Franco Nicoletta. Suo fratello Giulio, futuro comandante di tutte le formazioni della Val Sangone, ferito alla schiena qualche settimana prima durante un'azione sferrata a Trana, non partecipa all'attacco. Verificata la consistenza dei presidio (una quarantina di SS, sparse fra piazza Vecchia, via Giaveno e via Chisola), i partigiani decidono una manovra d'accerchiamento: il gruppo di Sergio De Vitis, passando dai prati retrostanti il cimitero, raggiunge la piazza dalla via del Mulino, quello di Franco Nicoletta si prepara ad attaccare dalla direzione di Giaveno, quello del tenente Nino occupa le case attigue alla piazza per aprire il fuoco dalle finestre. Gli uomini di De Vitis non hanno ancora completato il percorso di aggiramento quando il gruppo appostato nelle case di Piazza Vecchia si accorge che molte Ss stanno salendo su un camion pronto a partire. Vista la situazione favorevole decide di attaccare. Lo scontro, che si accende davanti alla salumeria Balbo, è breve ma violentissimo. Le Ss reagiscono proteggendosi dietro il camion e cercando di riordinarsi per il contrattacco, ma l'arrivo degli uomini di Franco Nicoletta e di Sergio De Vitis li costringe alla resa: mentre un capitano riesce a ritirarsi fra le case con un piccolo plotone, il grosso del presidio, trentadue Ss italiani e due sottufficiali tedeschi, si consegna prigioniero. Nella mezz'ora di fuoco i nazifascisti hanno avuto diciannove feriti, uno dei quali morirà all'ospedale di Pinerolo il giorno stesso; tra i partigiani sono caduti Andrea Gaido, 23 anni, di Carmagnola e Lillo Moncada, un siciliano della banda “Nicoletta”. La rappresaglia tedesca non si fa attendere. Alle due del pomeriggio del 1° aprile, qualche ora dopo il conflitto di Piazza Vecchia, Cumiana è occupata da reparti tedeschi e repubblicani fatti affluire dalle caserme di Pinerolo e di Torino: le case dalle quali i partigiani hanno aperto il fuoco vengono incendiate coi lanciafiamme. Mentre le abitazioni bruano, i tedeschi rastrellano il paese metro per metro prendendo in ostaggio tutti gli uomini: circa centocinquanta persone vengono concentrate al collegio salesiano delle Cascine Nuove, dove i le Ss hanno il loro comando.

L'eccidio di Cumiana. L'epilogo.

Di fronte all'emergenza, la comunità è sola. Il podestà Giuseppe Durando era fuggito da Cumiana qualche settimana prima, dopo un tentativo di cattura da parte dei partigiani. L'unica assistenza giunge alla comunità dal clero: il parroco don Felice Pozzo e i suoi vicecurati si prodigano per circoscrivere l'incendio aiutati dalle donne e da alcuni ragazzi, mentre i salesiani distribuiscono del pane fra gli ostaggi ammassati nelle stalle del collegio. La minaccia di fucilare gli ostaggi se non verranno restituiti i trentaquattro prigionieri si diffonde nella mattinata del 2 aprile, dopo che i partigiani hanno respinto al Pontepietra una puntata tedesca in Val Sangone. Il medico condotto di Cumiana, Michelangelo Ferrero, viene ufficialmente incaricato della mediazione. Con lui sale a Forno di Coazze il parroco, don Felice Pozzo. Le trattative non sono semplici, perché le bande della vallata non hanno un comando unitario e la decisione deve nascere dal confronto di tutti i comandanti. Al Forno si riuniscono i capi per una discussione che dura sino alle dieci di sera: ci sono Franco e Nino Crisciuolo, Carlo Asteggiano, Sergio De Vitis, Franco Nicoletta, Eugenio Fassino, Federico Tallarico, il tenente di vascello Paventi, Rinaldo Baratta, Cordero di Pamparato, Costantino Somaglino, Pietro Curzel, Sandro Magnone. Manca Giulio Nicoletta, rimasto nei rifugi più a monte ancora convalescente. Le condizioni dei tedeschi sono perentorie: restituzione immediata degli uomini catturati il l° aprile, insieme con l'autocarro e l'armamento individuale. La richiesta è respinta e i mediatori tornano a Cumiana, dove ricevono dal tenente Anton Renninger, comandante del reparto, una ripetizione dell'ultimatum precedente e, dopo altre inutili mediazioni, le condizioni definitive: fucilazione degli ostaggi se entro le 18.00 non si presenta un comandante delegato a definire le modalità della riconsegna. La discussione tra i partigiani è accesa e anche Giulio Nicoletta, chiamato dal fratello, scende a Forno per dare il proprio contributo. Verso le 15.00 si giunge alla votazione e la maggioranza risulta favorevole allo scambio. L'Ardita amaranto del dottor Ferrero si rimette in moto, della delegazione fa adesso parte Giulio Nicoletta, ma i tedeschi non attendono l'esito delle trattative. Forse per intervento del comandante della polizia Ss di Torino, capitano Alois Schmidt, verso le due del pomeriggio 58 uomini scelti a caso fra gli ostaggi sono avviati verso il paese. Nel prato a fianco della cascina Riva di Caia, al tramonto, inizia il massacro. Mentre le Ss italiane, con i fucili puntati, impediscono tentativi di fuga, il maresciallo Rokita prende gli ostaggi a gruppi di tre, li conduce dietro l'angolo della cascina e li fredda uno dopo l'altro a colpi di Luger calibro 9. Ubriaco di cognac, il sottufficiale continua le esecuzioni: si salva il maestro Luigi Losano, che in un tedesco stentato grida "non sono di Cumiana" e approfitta dell'esitazione del carnefice per rifugiarsi nella cantina del cascinale; un altro, Vittorio Chiantore, è graziato perché l'arma si inceppa al momento dello sparo, un altro ancora, il ciabattino Pietro Mollar, riesce a nascondersi in un sottoscala. La strage procede metodica per sette turni, sino a che uno degli ostaggi, Vincenzo Ambrosio, negoziante in ferramenta, cade all'indietro, alla vista dei superstiti, che capiscono e tentano la fuga. Anche le Ss italiane sparano contro i fuggitivi e dei cinquantotto ostaggi trascinati alla cascina Riva di Caia ben cinquantuno giacciono morti quando l'auto del dottor Ferrero, passando da Bruino e Piossasco, arriva a Cumiana, un'ora dopo l'eccidio. Nicoletta incontra all'albergo della stazione il tenente Renninger, il quale, solo dopo molte esitazioni, lo informa che la condanna dei civili è già stata eseguita. Il comandante partigiano non vuole crdere alle parole dell'interprete di Renniger ma le lacrime del dottor Ferrero e del prevosto, sopraggiunti in quel momento, sono la conferma che la tragedia si è compiuta. Nicoletta rimane impietrito, poi con una sequela di insulti investe l’ufficiale germanico: ≪Siete dei criminali! Avete inondato l’Europa di sangue ma in quel sangue affogherete... ora non posso piu trattare morti con vivi, devo rientrare all’accampamento per sentire cosa ne pensano gli altri comandanti≫. Renninger non ribatte: dice soltanto che ha ricevuto l’ordine di fucilare anche gli altri civili che sono detenuti al comando se i partigiani non libereranno i militari prigionieri. Il colloquio ha termine poco dopo, fuori dalla trattoria: le parti concordano di rivedersi l’indomani, martedì 4 aprile. La mattina, Nicoletta scende nuovamente a Cumian ma viene informato che le trattative proseguiranno a Pinerolo direttamente col generale Peter Hansen. A Pinerolo, nell'Hotel Campana, sede del comando Ss, il colloquio è teso, ma, ad un certo punto, il generale mostra una certa ragionevolezza e, preso da parte il comandante Nicoletta, tratta con lui senza mediazioni, utilizzando anche frasi in latino per farsi comprendere.

A fine mattinata l'accordo è raggiunto: i militi saranno rilasciati l'indomani, alle porte di Cumiana, con il camion e i fucili (resi però inservibili) e subito dopo i tedeschi libereranno gli ostaggi. Il 5 aprile, i trentaquattro prigionieri vengono condotti a Cumiana. Dopo aver saputo della strage, alcuni non vogliono tornare nelle file della Milizia, dicendo di aver fatto i volontari solo per non rimanere nei campi in Germania a morire di fame. Ma tutti devono essere riconsegnati. Alla sera, anche i civili detenuti alle Cascine Nuove sono liberati. I morti, per ordine del comando tedesco, sono seppelliti in una fossa comune. Un mese dopo, il 3 maggio, sono riesumati da una squadra di carcerati delle Nuove di Torino scortati da un reparto di Ss italiane. Le salme sono spruzzate di acidi e sostanze caustiche perché siano rese irriconoscibili e quindi riseppellete in una fossa più profonda. Per Cumiana la vicenda si conclude con cinquantuno vittime, quarantacinque orfani, trentatré vedove e quasi metà del paese incendiato.

Anton Renninger, divenuto dopo la guerra dirigente di un'industria alimentare, viene rinviato a giudizio dal tribunale militare di Torino nel 1999. Non si presenta al processo e muore il 6 aprile del 2000 nella città di Erlangen, nelle vicinanze di Norimberga, dove era vissuto indisturbato per decenni. (m.c.)